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Precari sono i malati, gli infermi,gli addolorati e gli
umiliati;
Precari sono gli offesi, gli assetati, gli affamati ed i deboli;
Precari i senza lavoro, senza dimora, senza denaro e senza amore;
Precari sono gli altri, non noi.
Non noi, che sappiamo chi siamo, cosa facciamo, dove e con chi andiamo.
Non noi, che sappiamo sempre quanto tempo ci impieghiamo, quanto possiamo
e non possiamo.
Non noi, che dimentichiamo.
Dimentichiamo l’ umiltà dopo averla barattata con l’opulenza.
Dimentichiamo la cautela, dopo averla scambiata con la tracotanza.
Dimentichiamo la pazienza, dopo averla venduta in cambio delle nostre
faccende.
Dimentichiamo l’unica cosa per cui siamo quello che siamo: dimentichiamo
di essere creature,
dimentichiamo di avere un inizio ed una fine.
E
qui, culmine del paradosso, diventiamo precari, poiché siamo noi,
ora, a non sapere più chi siamo.
Ad esserci smarriti, nei tempi e nei modi della nostra coglioneria e della
nostra superficiale arroganza.
Tuttavia proprio a questo punto, a soccorrerci, si mostrano coloro che
credevamo essere i precari: loro ci ricordano il nostro destino, che è
la nostra più intima possibilità.
La nostra debolezza, che è la nostra capacità di resistere.
I nostri limiti, che altro non sono che i contorni del nostro volto.
Senza che ce ne si accorga, i precari sono divenuti il nostro fondamento.
Paolo di Tarso ha scritto: “Dio ha scelto ciò che nel mondo
è niente per confondere le cose che sono”.
A.G.
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